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Agenda Università, Ricerca e Formazione

Per una società più istruita, più competente e costantemente aggiornata nelle proprie capacità

L’istruzione, dalla scuola all’università, la ricerca e la formazione sono decisive per il futuro del Paese. Una crescita basata su conoscenza e innovazione e sulla creazione di nuovi e migliori posti di lavoro (obiettivi di Europa 2020) potrà essere prodotta solo da una società più istruita, più competente e costantemente aggiornata nelle proprie capacità. Tre strumenti chiari, semplici e determinanti per lo sviluppo, cui corrispondono importanti programmi europei (Youth on the Move, Life-long learning) e finanziamenti altrettanto significativi. Non condividere questa visione significa porsi al di fuori della storia.


Da troppi anni l’istruzione e la ricerca sono rimaste escluse dall'agenda politica del nostro Paese e oggi ne scontiamo tutte le drammatiche conseguenze. L’Agenda Monti è la prima eccezione a questa triste tradizione della politica italiana, che non ha saputo scegliere e decidere. Le conseguenze sono ben note. 

L'Università italiana è oggi meno attrattiva di ieri per i giovani italiani e stenta a diventarlo per quelli stranieri. Gli ultimi dati EURISPES (Rapporto "Italia 2013") fotografano un Paese sempre meno convinto che studiare sia importante e sempre più sfiduciato sul valore reale del titolo di studio

Gli studenti e i ricercatori stranieri che scelgono di studiare in Italia sono ancora pochi (3,8% contro l’8,6% della media UE di studenti internazionali), mentre è in aumento il flusso dei giovani laureati che lascia l’Italia (16,2%). E le classifiche internazionali non danno una mano in tal senso. La prima università italiana nel QS SAFE 2012 è Bologna al 194° posto.

Scelta Civica riparte dalla cultura e dall’istruzione per rifondare le basi sociali di un’Italia culturalmente desertificata e per ridarle un futuro, con politiche educative di sistema (scuola-università-formazione professionale), di respiro europeo e internazionale e di lungo termine. 

Una società più istruita e più competente è una società più coesa e più competitiva, quindi, una società migliore. Le famiglie e gli studenti hanno perso progressivamente fiducia nel valore reale del titolo di studio e nel suo potere di miglioramento individuale e di riscatto sociale. La retorica del merito, che ha confuso il diritto allo studio col diritto alla laurea deve cedere il passo alla cultura del merito, che passa concretamente da una serie di scelte di metodo e di governo.

I nostri obiettivi e le nostre proposte 

1. Potenziare il Diritto allo studio.

Cenerentola nelle politiche universitarie dell’ultimo decennio, il Diritto allo Studio deve garantire un reale incentivo al merito e una terapia efficace per la dispersione ancora altissima (in termini di studenti fuori corso e numero di abbandoni). Non possiamo dimenticare che l’obiettivo europeo di raggiungere il 37% di laureati entro il 2020 è una priorità difficile da raggiungere (attualmente si sfiora il 20%), in un Paese che deve ancora conciliare il consolidamento di una qualità media certificata (QS SAFE 2011, 5° posizione in Europa e 10° nel mondo) e non scoraggiare la nascita e lo sviluppo di percorsi di eccellenza presso quegli atenei che vogliono scommettere anche sulla competizione internazionale nei loro settori di punta (non tutti possono fare tutto dappertutto).

Gli strumenti esistono e non vanno inventati: 

- dare rilievo e piena erogazione al già esistente fondo nazionale per borse di studio, (realmente assegnate in base al merito), che permettano e incentivino sia la mobilità nazionale degli studenti che la mobilità internazionale 

- garantire il pieno esercizio delle strutture universitarie di servizio (le biblioteche, le mense, gli spazi wifi), per agevolare gli studenti nelle condizioni di studio e per consentire una maggiore interazione con i docenti. Troppo spesso le strutture universitarie funzionano più in base alle esigenze contrattuali del personale che per soddisfare le esigenze della comunità accademica, in base a criteri di flessibilità oraria e funzionale. 

2. Sostenibilità finanziaria e investimento in ricerca: finanziamenti pubblici e privati 

L'ombra dei tagli al settore istruzione è stata una costante dei decenni passati. Tagli indistinti alle sovvenzioni pubbliche per scuola e università, come pure gli stessi finanziamenti 'a pioggia' hanno prodotto risultati deludenti, sul piano qualitativo, e comunque insufficienti su quello quantitativo, poiché non adeguatamente misurati e mirati. 

Per garantire un finanziamento del sistema che non distrugga la qualità media attualmente raggiunta, ma che ne esalti la qualità nei settori specifici, assumiamo un impegno politico forte e proponiamo tre misure specifiche. 

Prima misura: la garanzia di un investimento annunciato e pianificato sul quinquennio. 8 miliardi di euro per gli investimenti in educazione nell'arco della legislatura, con un ritmo di crescita pari a quello del PIL, sono la cifra del nostro impegno politico e finanziario. 

Seconda misura: gli investimenti privati sono stati finora timidi e occasionali. Proponiamo l'inserimento del credito d'imposta strutturale, come incentivo alle imprese che vogliono investire in ricerca e innovazione. In altri paesi avanzati, europei e non (Francia, Germania, Singapore) questo strumento ha prodotto eccellenti risultati e continua ad attrarre una grande quantità di investimenti stranieri.

Infine, un'iniziativa italiana in Europa perché le spese per scuola, università e ricerca possano al più presto diventare “investimento nel capitale umano”, con diversa allocazione di tale voce nel bilancio dei singoli Stati nazionali, potrà realmente trasformare il concetto stesso di spesa pubblica, sulla linea di quanto già discusso nell'ultimo Consiglio Europeo (28/29 giugno 2012) per iniziativa italiana. Sul piano tecnico un cambiamento epocale, sul piano culturale una rivoluzione, sul piano politico il crollo di un alibi

3. Internazionalizzazione della didattica e della ricerca 

Il programma di rilancio dell'università e della ricerca deve essere inserito da subito nel contesto europeo e internazionale, perché non muoia sul nascere di quello stesso male che affligge il nostro Paese in molti altri settori e che si chiama provincialismo
In Italia il sistema della ricerca è in larga parte autoreferenziale e non promuove il confronto internazionale e la valorizzazione del talento e del merito. 
Le nostre proposte, per mettersi in sana competizione con gli altri Paesi avanzati, europei e non: 

- Aumentare il numero di bandi nazionali competitivi (con peer review internazionale)

- Inserire reali strumenti di attrazione e assunzione di ricercatori e studiosi stranieri e corrispondenti criteri premiali per quelle università e quegli enti che sapranno adottarli (spostando l'attenzione sulla valutazione del curriculum più che sull’equipollenza del titolo di studio, senza tralasciare la possibilità di un’adeguata remunerazione) 

- Distribuire i finanziamenti sulla base di valutazioni quadrienniali, secondo standard internazionali ampiamente sperimentati altrove sulla base di criteri qualitativi e quantitativi (numero di progetti internazionali, capacità di attirare fondi, numero pubblicazioni su riviste indicizzate, h-index). Nella nostra visione l'orizzonte nazionale non basta più. Il tema del finanziamento pubblico per istruzione e ricerca è un tema europeo, e non solo per lo stanziamento di fondi importanti per la ricerca di base (80 miliardi nel prossimo programma 2014-2017). 

4. Valutazione e premialità 

Cultura del merito significa anche cultura della valutazione. Portare a compimento il processo di valutazione della didattica e della ricerca, recentemente introdotto in Italia (ANVUR) e previsto dalla Legge di riforma 240/2010 è un primo obiettivo. 

A questo metodo di valutazione centralizzata, un sistema di istruzione che punti anche alla valorizzazione dell'eccellenza consentirà di affiancare un sistema di valutazione decentralizzata, di reputazione e di mercato. L'esercizio di una vera facoltà di scelta da parte di tutti gli studenti meritevoli dei migliori percorsi di studi che il Paese offre darà quello stimolo alla competizione interna, di cui l'università italiana ha estremo bisogno. Un ateneo scelto da molti studenti per la qualità dei propri corsi dovrà trarre un beneficio dal consolidamento della propria reputazione e del proprio posizionamento nazionale e internazionale. 

5. Reclutamento e personale 

 La combinazione della ricerca e della didattica è fondamentale perché le università rispondano alla loro vocazione storica e alla loro missione moderna: luoghi in cui si produce e si trasmette un sapere critico originale. I professori universitari sono (e devono continuare a essere) studiosi che insegnano e non insegnanti che studiano. 

Ciò non toglie che l’equilibrio fra le due componenti (ricerca e didattica) possa essere regolato da princìpi di flessibilità organizzativa e di valutazione rigorosa dell’impegno dei singoli nel singolo ateneo (autonomia responsabile), come avviene altrove. La soglia minima di 120 ore è un compromesso ragionevole (almeno nel presente) fra l’organizzazione “anarchica” del passato (altri numeri e altro contesto) e il rischio di trasformare i ricercatori e gli studiosi in “impiegati del pensiero”, che, se estremizzato, ucciderebbe l’università nel futuro.

La puntualità, il rigore e l’autorevolezza non si assegnano per decreto, sono bensì il frutto di un passaggio di consegne, etico, dottrinale e di metodo, fra maestri e allievi. Su questo si fonda l’Accademia, da Aristotele ai giorni nostri, e su questo dobbiamo tornare a investire. Più maestri nelle nostre aule universitarie e meno regolamenti. Non siamo, né vogliamo essere considerati “uffici contabili della cultura”. 

In una visione autenticamente meritocratica dell'università e della ricerca, anche l'operato di docenti e ricercatori deve essere sottoposto a meccanismi di valutazione trasparenti ed efficaci, dal momento dell'assunzione al progresso in carriera. Gli stessi meccanismi di incentivazione previsti dalla L.240/2010 vanno gestiti nelle singole sedi universitarie (dipartimenti), in base ai suddetti princìpi di autonomia, responsabilità e trasparenza. 

Le recenti riforme, dalla scuola all’università, che comunque hanno il merito di avere introdotto una cultura della valutazione (dal CIVR al VQR) hanno il comune difetto di accentrare provvedimenti e funzioni: ne consegue una perdita di autonomia e responsabilità. È necessaria un'applicazione sistematica dei princìpi di semplificazione anche in campo universitario. 

6. Orientamento e formazione professionale: un sistema educativo integrato 

In Europa entro il 2020 saranno creati 16 milioni di posti di lavoro qualificato, mentre i posti dequalificati diminuiranno di 12 milioni. I nostri giovani dovranno essere pronti, con competenze e qualifiche adeguate. 

Proponiamo di introdurre un sistema di orientamento che apra precocemente ai ragazzi altri orizzonti e altre opportunità concrete di formazione qualificata e che finalmente colleghi scuola e istruzione post-secondaria in un progetto unico e articolato.

Ci sono settori produttivi, arti e mestieri che ci hanno resi famosi nel mondo e in cui l'offerta continua a superare di gran lunga la domanda. In tutti questi settori, cui si deve una fetta non trascurabile della nostra ricchezza (turismo e beni culturali, moda, artigianato e alimentare), l’improvvisazione diventa dilettantismo e la frammentazione produce spreco. Non possiamo più permettercelo. 

Gli Istituti Tecnici Superiori sono nati su ispirazione di altre esperienze europee nel gennaio del 2008, allo scopo di riequilibrare il rapporto fra domanda e offerta e di stimolare l’occupazione (D.P.C.M. 25 gennaio 2008, 220 ml.), ma allo scopo andranno ricondotti con scelte coordinate e di sistema, guidandone obiettivi e vocazioni in sintonia con gli obiettivi e le vocazioni imprenditoriali dei territori. 

Creare un efficace collegamento fra scuola, università e mondo del lavoro, cioè un piano nazionale di orientamento degli studenti – cui abbiamo già fatto riferimento – e di rilancio della formazione professionale, settore in cui scontiamo pesanti ritardi nel confronto europeo. Un’università qualificata presuppone una scuola altrettanto qualificata. 

Competizione e cooperazione sono dunque le parole chiave della nostra Agenda Università, Ricerca e Formazione. La competizione stimola condizioni di concorrenza fra atenei nel libero mercato internazionale. La cultura della cooperazione mira, invece, all'inclusione sociale. I Paesi che hanno privilegiato l'uno o l'altro stanno consumando il loro futuro, perché lasciare l'istruzione superiore a chi se la può permettere indipendentemente dal merito è contro la storia e l'idea stessa di progresso. Per lo sviluppo di una società globale e mobile, educazione e cultura devono rispondere a entrambe le missioni (inclusiva e competitiva) con equilibrio di strumenti, metodi e risorse.





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